
Bravissime
Spettacolo teatrale che indaga abusi, disciplina e il prezzo dell’eccellenza sulle giovani atlete
Lo spettacolo nasce da un'osservazione semplice e disturbante: ci sono corpi che imparano molto presto a obbedire.
Cosa comporta diventare famose, eccellere, essere le migliori, le più brave, bravissime? Quanto una bambina può essere padrona del proprio corpo e del proprio sogno? Ed è davvero necessario perdere l'innocenza e la libertà? E gli adulti, quanta responsabilità hanno? Qual è il confine fra disciplina e abuso?
Bravissime è un progetto teatrale che si interroga sull'imperativo della perfezione fisica e del successo a tutti i costi.
In un mondo che idolatra la competizione, l'eccellenza e la vittoria, dove si è spinte fin da piccole verso traguardi difficili da raggiungere, spesso il prezzo da pagare è altissimo: bambine e ragazze cresciute troppo in fretta.
Da una parte giovani atlete, dall'altra genitori, allenatori, manager; l'enorme peso del profitto e delle aspettative sociali.
NOTE DI REGIA
La drammaturgia in scena
Il percorso dello spettacolo procede per accumulo e progressiva messa a fuoco.
All'inizio lo sguardo è ampio: attraversa un immaginario globale fatto di modelli, icone, corpi esemplari. Scena dopo scena, però, questo campo si restringe, come un imbuto che costringe a guardare più da vicino: ai fatti di cronaca che hanno portato alla luce violenze /siche e psicologiche sistematiche subite da atlete italiane.
Sul dettaglio giornalistico prevale il meccanismo che rende gli abusi possibili: una rete di adulti – allenatori e allenatrici, dirigenti sportivi, presidenti di società, genitori – che esercitano potere sui corpi più fragili, senza riconoscere il confine tra cura e controllo.
In questo restringimento dello sguardo, il corpo dell'attrice non rappresenta più "un sistema", diventa invece il luogo concreto in cui quel sistema si inscrive.
Questo movimento verso il caso italiano non è una chiusura, ma una responsabilità: lo spettacolo chiede allo spettatore di interrogarsi sul proprio ruolo e sul proprio silenzio.
Perché ciò che emerge non è un'eccezione, ma la manifestazione più evidente di una cultura che continua a legittimare il sacrificio dei corpi giovani in nome dell'eccellenza.
E allora la domanda torna, ancora più urgente: chi protegge davvero le bambine e le ragazze, quando il successo diventa più importante della loro integrità?
La regia
«Ho proposto alle attrici un "campo di forze": un luogo in cui muoversi tra ciò che è stato chiesto loro di essere e ciò che sono diventate: stare in scena senza protezione, esposte. Non si chiede loro di rappresentare delle "atlete" o delle "icone", ma di attraversare quelle figure come fantasmi che hanno abitato – e abitano ancora – l'immaginario di tutte noi.
La scena è abitata da spazi emotivi, non da luoghi realistici. Spazi che si aprono attraverso canti, gesti, posture, micro-azioni, danze trattenute o esplosive, nati dall'attrito tra disciplina e desiderio, tra controllo e abbandono. La parola non spiega: agisce. È materia fisica, come il respiro…


